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 Reportage



A volte i sogni si avverano, e il 23/24/25 novembre 2001, presso l’Arsenale della Pace a Torino, siamo riusciti a organizzare in collaborazione con Zonta Torino Due l’incontro inter-religioso Donne di Pace.
Rosanna Tabasso, animatrice del Sermig, Ani Choying Drolma, monaca buddista tibetana, Yelitza Altamirano Valle, sciamana Quechua del Perù, Habiba, guaritrice sufi dell’Uzbekistan, Maria Tepevnovna Etneut e Aleksandra Simonova, leaders cerimoniali della Kamchatka, si sono presentate a noi con grande semplicità, offrendo, di volta volta, il proprio racconto di vita e introducendo i partecipanti a rituali sacri e antichissimi.
E così ci siamo avvicinati tutti, con grande rispetto, a questo mondo femminile, riuscendo a salire quel piccolo gradino che ci separa dagli altri, per la forma del viso, per la differenze di credo e di tradizioni, senza troppa fatica, anzi, in molti casi, con grande leggerezza.Crediamo fermamente che l’essere disponibile a partecipare della vita di un altro, di capire i motivi della sua fede, di accettare l’allegria dei colori dei suoi costumi, sia una possibilità concreta per lo sviluppo di una coscienza di pace, ed è stata la voce dolce delle donne a insegnarci un po’ di questo.

Uno speciale ringraziamento alla REGIONE PIEMONTE, all’Assessore alla Cultura Giampiero Leo per il contributo dato e agli amici Giampiero Boveri, Angela Foglia, Rosanna Rossato, Maria Teresa Lavarino, Ernesto Olivero, Paolo Airoldi, Maria Cristina Mondin, Silvia Bonavida.

Costanzo Allione Anna Saudin

"Angelo del focolare" si diceva tempo fa, parlando della donna; ma quando il focolare non c'è più, distrutto da guerre, tensioni, catastrofi naturali e non, le donne attivano tutte le loro risorse e lavorano insieme diventando protagoniste dei primi aiuti, ricostruendo, sensibilizzando, alleviando sofferenze, portando il loro messaggio d'amore.
E messaggio d'amore abbiamo ricevuto nei giorni dell'incontro con le Donne di Pace, tanto che lo Zonta Club Torino Due ha voluto inserire in questo "magico" momento un progetto di solidarietà internazionale quale è la campagna Zonta-Unicef per la vaccinazione contro il tetano materno e neonatale in Nepal.
Ringrazio Anna Saudin e Costanzo Allione di " Where the eagles fly" per il loro impegno, senza il quale non sarebbe stato possibile realizzare l'incontro.
Un grazie particolare al Centro Servizi del Volontariato V.S.S.P e Società Assicuratrice Industriale SAI per il contributo dato e un grazie di cuore a tutte coloro che partecipando ci hanno consentito di provvedere alla vaccinazione di circa seimila donne.

Angela Foglia

ZONTA CLUB TORINO DUE


Rosanna Tabasso

ITALIA

Grazie per questa esperienza unica che ci permettete di vivere, grazie alle nostre sorelle, alle nostre amiche, che in questi giorni hanno reso più ricca la nostra casa, portandoci una testimonianza per me bellissima, di semplicità e di grande spiritualità, le due caratteristiche più autentiche per questo tempo."
Sono Rosanna, ho 44 anni, lavoro da 28 anni al Sermig con Ernesto Olivero e sono qui all’Arsenale da 18 anni, da quando abbiamo iniziato a ristrutturare questi spazi e abbiamo iniziato questa avventura, la vera avventura della nostra vita, lo sforzo di cambiare le nostre persone, passando da un modo di vivere individuale ad un modo di vivere fraterno, comune.
Quando abbiamo iniziato la costruzione dell’Arsenale 18 anni fa, la prima cosa che ci siamo detti è stata "adesso siamo in vetrina, siamo sotto gli occhi di tutti, siamo avvicinabili da tutti: tutti potranno vedere il nostro colore e sentire il gusto della nostra vita. Se non diamo colore e gusto alle persone che ci avvicinano, allora vuol dire che non abbiamo fatto nulla. Abbiamo semplicemente sprecato tempo ed energie. Questa casa è nata per dare colore, gusto alla vita: noi diciamo, con un termine preso dalla Bibbia, "per dare speranza " all’uomo del nostro tempo.
Da 18 anni abbiamo questa casa e sono passate da qui tutte le povertà del nostro tempo, ma la povertà più grande è l’assenza di Dio. E’ questo che ci ha fatto dire che noi vogliamo essere un segno di speranza nella nostra città, nel nostro tempo e aiutare gli uomini e le donne di oggi a recuperare la speranza nel loro cuore.
Qualche giorno fa in un nostro incontro, ho chiesto ad Ernesto: che cosa deve fare una Donna di Pace? E lui mi ha dato un decalogo che mi ha tenuta sveglia un po’ di notti.
Anzitutto, ha detto, amare, che significa essere avvicinabili da tutti, avere affabilità e poi ha detto: avere uno spirito materno. Essere madri non di qualcuno soltanto, non dei nostri figli soltanto ma di chiunque. Poi ha detto essere pazienti, avere pazienza con chiunque ci porti via qualunque tempo, qualunque energia. Saper essere come uno sfondo, uno sfondo è qualcosa che non si nota, ma sta dietro qualcosa. Pensate ad un teatro, che cosa rappresenta lo sfondo. E’ qualcosa che sta un po’ nascosto ma è sostanziale perché quella scena si svolga come deve svolgersi. Non saper essere sfondo significa volere a tutti i costi tenere la scena. Spesso questo ostacola l’amore. Saper vivere il silenzio: noi ne abbiamo un gran bisogno perché parliamo tanto e diciamo tante parole inutili. Vivere il silenzio vuol dire saper dire solo le parole che Dio vuole e saper trattenere quelle che vengono dal nostro IO.
Avere fermezza: il cammino della pace, così come amarci tra noi, non è cosa da persone deboli. Spesso si confonde la dolcezza con la fragilità, con la debolezza. Non è così: queste sono cose da persone forti e bisogna essere fermi ed avere fermezza per non soccombere in una società come la nostra.
La bontà: essere buoni con tutti. Noi abbiamo sintetizzato all’ingresso dell’Arsenale questo, come regola della nostra casa: una bontà che disarma. Ha un po’ a che vedere con il detto porgere l’altra guancia: una bontà che disarma.
L’unità, vivere l’amore, vivere questo spirito di pace. Non si può vivere da soli. Per noi è un’esigenza vivere con gli altri, vivere in fraternità. Noi siamo ragazzi, ragazze, uomini, donne e abbiamo scelto questa strada: la strada della fraternità perché da soli ci si perde, ci si scoraggia, da soli si soccombe. Insieme, uno si appoggia sull’altro e si cammina più spediti.
La disponibilità, una porta sempre aperta: anche questa è esperienza di ogni giorno. Noi non abbiamo mai un programma stabilito. Il programma ce lo fa il campanello che suona, il telefono che squilla. Questo diventa un modo di vivere: sapere di avere dei programmi, se si deve andare a lavorare bisogna essere puntuali, non si può arrivare in ritardo ma, nel tempo che ci separa da un impegno all’altro, non sappiamo cosa il Signore ha previsto per noi. Quindi la disponibilità, il saper cambiare il programma di una giornata, non impazzire se quello che avevo previsto per la giornata non lo posso fare, magari lo rimando a domani. Tutte queste cose spesso ci impediscono di vivere serenamente.
Sapersi incoraggiare, non buttare pesi sulle spalle degli altri ma saperli sollevare tutt’al più.
Il dare testimonianza: noi diciamo sempre, dire solo quello che si vive e non fare diventare teorie le cose in cui crediamo, ma dare testimonianza con la vita.
E per ultimo, ma sarebbe il primo, la preghiera perché il cammino con i nostri fratelli, la bontà, la pazienza, il portare gli uni i pesi degli altri, è cosa difficile, faticosa se non siamo sostenuti ogni giorno. La preghiera rappresenta questo sostegno forte che ogni giorno ci rimotiva, ci permette di ricominciare, di avere forza e di saper riprendere la strada. La preghiera è la forza e l’alimento di ogni giorno.
Ecco questo è il decalogo delle Donne di Pace nel quale penso ci ritroviamo con le nostre amiche venute da lontano

Ani Choying Drolma

TIBET

Tashidelek! Un augurio di buona salute, di prosperità. Sono tibetana ma provengo dal Nepal.
Molti tibetani vivono in esilio, come me, non sono liberi nelle loro case, non sono liberi di poter professare la propria religione, non hanno alcuna libertà. Proprio per questo molti stanno fuggendo in India, in Nepal ed in molte altre parti del mondo. Queste persone, fuggendo, aspirano alla libertà di professare la propria religione ma hanno grande nostalgia di casa, della famiglia. Sono nata in Nepal, in un paese molto libero, dove tutti erano liberi di professare la propria religione e liberi di esprimere le proprie opinioni. Ho avuto modo di constatare che i problemi legati al mondo della donna, alla libertà di esprimere la propria spiritualità sono molto comuni. Mi sono resa conto che i problemi che ci sono in Nepal, in India sono legati ad una cultura ancora molto patriarcale che penalizza la donna. Nelle città la situazione sta un po’ cambiando, ma nelle regioni più remote del Nepal e del Tibet il legame ad una cultura patriarcale ha un peso ancora molto forte. Tutto ciò, ovviamente, ha un’influenza negativa sulla possibilità che le donne hanno di prendere consapevolezza di sé. All’età di 13 anni sono diventata monaca; la ragione per cui sono diventata monaca è legata alla presa di coscienza delle difficoltà del mondo femminile. Essere nata figlia, quindi donna, in una famiglia di condizione povera, il dover accudire ai fratelli più piccoli, dover fare i lavori di casa e relazionarsi con una figura maschile dagli atteggiamenti non sempre corretti, ecco tutto ciò mi ha portato alla decisione di diventare monaca. Io riuscivo a sbrigare tutti i lavori di casa, ma la grande sofferenza che vedevo in mia madre, gli abusi che subiva da mio padre, l’atteggiamento che lui aveva anche nei miei confronti hanno fatto sì che io non accettassi più tutto questo: questa è la ragione che mi ha portato, all’età di 13 anni, a diventare monaca. All’inizio è stata sicuramente una scelta dettata dalla voglia di sfuggire da quella situazione, però dopo aver incontrato il mio maestro Tulku Urgyen Rinpoche è stato come riconoscere le ragioni profonde della mia vita. Il mio maestro è stato colui che mi ha sempre consigliato di "allenare la mente" a pensare in un modo positivo. L’educazione ricevuta come monaca mi ha aperto gli occhi sulla nostra condizione: noi monache, non avevamo la possibilità di essere educate correttamente, non avevamo tutte le opportunità di insegnamento che hanno gli uomini. Vedevo che i monaci che potevano diventare guide spirituali, figure che portavano un aiuto molto pratico alle persone, le monache, invece, non erano nella condizione di fare lo stesso. Cercai quindi di capire quale fosse il problema: la ragione è che la nostra società è molto patriarcale. Mi resi conto di quanto è importante dare a noi monache, a noi donne, le stesse opportunità che hanno gli uomini. Noi siamo una sorta di generazione futura: le madri sono le prime insegnanti, sono sempre l’esempio più grande di compassione. Per noi in Tibet è esemplare parlare di compassione ed associarla alla figura materna. Perciò è veramente una cosa molto importante dare opportunità di apprendimento e sviluppo alle donne. Ho così deciso di impegnarmi per fondare una scuola per monache, con l’intento di dare loro la possibilità di un apprendimento reale e totale, proprio perché siano in grado di dare un aiuto pratico all’interno della società, diventando insegnanti o assistendo altre donne dal punto di vista medico.
Ora vi racconto una storia che vi dà la possibilità di apprendere in modo spirituale.
Maghic Labdron, la fondatrice della pratica del Chod, aveva tanti allievi, uno dei più importanti era suo figlio. Un giorno prese un sacco, ci avvolse il cadavere di una persona morta, lo chiuse per bene e chiamò il figlio dicendogli di usarlo come cuscino per la notte. Non gli disse che c’era il cadavere di un uomo, gli disse che dentro c’era il cadavere di una capra morta. Il figlio lo prese e uscì. La mattina successiva la madre gli chiese come avesse dormito e lui rispose "bene!". La madre allora prese un sacco e vi ripose una capra morta, lo chiuse per bene e gli disse:" qui c’è il corpo il una persona morta: prendilo e usalo come cuscino per questa notte!". Ovviamente il figlio esitò un pochino al pensiero che dentro il sacco vi fosse il cadavere di una persona morta, ma non poteva dire di no perché lei era il suo insegnante oltre ad essere sua madre. Lo portò con sé, cercò di dormire ma non ci riuscì. Pensò tutta la notte al fatto di dormire sul cadavere di una persona. La mattina successiva tornò dalla madre la quale gli domandò "hai dormito bene?" e lui rispose "no". Allora la madre gli chiese di aprire il sacco. Lo aprì e vide che all’interno c’era solo una capra: allora gli chiese di aprire il sacco con il quale era riuscito a dormire bene, quello della sera precedente. Lo aprì e vide che c’era il cadavere di una persona. Questo è il modo con cui lei puntualizzava le cose importanti. E’ la mente che crea le emozioni, è la mente che gli aveva impedito di dormire.
La paura è qualcosa che noi stessi creiamo, la mente è l’origine di tutta la nostra sofferenza ed è anche la sorgente della nostra gioia. Dipende da come la alleniamo: in modo negativo o positivo oppure ignorandola.
Ora intoniamo questo canto insieme.
E’ una dedica di meriti affinché tutti gli uomini siano liberi dalla sofferenza, facciamolo specialmente per tutti coloro che sono morti il mese scorso in America e per coloro che stanno veramente soffrendo in Afghanistan. La guerra ha creato così tanta sofferenza e quindi preghiamo con forza e dedichiamo questi meriti affinché si riesca a liberare l’umanità dalla sofferenza.



Habiba

UZBEKISTAN

Prima di partire per l'Italia ho visto la Vostra Madonna. Ho detto alle persone che mi erano vicine. ? C'è una donna con un bambino in braccio, è vicino a me che mi sorride, vicino a lei c'è un uomo. ? L'altro giorno ho visto la stessa Madonna qui all'Arsenale della Pace, ho pregato molto. Lo so che è la Madonna che mi ha aiutata a venire fin qui. Oggi ho visto il Maestro di Ani Choyng, mentre lei cantava, lui l'ha benedetta e anch'io la benedico in qualità di Madre e le auguro tanta salute, felicità; inoltre le auguro di poter aiutare le persone attraverso i suoi splendidi canti.
Sono molto felice di essere qui e di vedere i vostri visi sorridenti. Questa mattina è venuta da me la mia amica Aleksandra, della Kamchatka, e mi ha detto: "Habiba, aiutami, ho questo dolore che non mi dà pace." Allora io ho recitato delle preghiere sull'acqua e poi le ho detto ? Bevi un po' di acqua, adesso vai, riposati e starai meglio. ? Io stessa mi sono messa a riposare. Dopo un'ora è tornata da me cantando e dicendomi che era andata in camera sua, si era messa a letto, aveva fatto un po' di parole crociate ma poi sentiva freddo e così si era messa sotto le coperte. Allora le era tornato in mente come cantavamo ieri le nostre canzoni uzbeche e d'un tratto si era messa a cantarle lei stessa. Ecco aveva cantato e poi si era subito sentita molto meglio. Quello che per lei era stato sconvolgente era che, pur non conoscendo la mia lingua, ne conosceva i nostri canti. La mia acqua è magica. Tanto che oggi lei è sorridente, il suo viso è più rilassato. E' stata un'esperienza di condivisione, sono molto felice di essere qui con le mie sorelle di tutto il mondo perché tra di noi, tra noi donne, in questi giorni, tutto è stato molto interessante oltre che gioioso.
Ora reciterò una preghiera di meditazione e cercherò di curarvi grazie alle forze del Supremo Allah. Avvicinatevi e posate le vostre bottiglie di acqua sul pavimento. Dovete sedervi con le gambe incrociate come gli yogi, se è possibile, altrimenti con le gambe distese in avanti.
E adesso rilassiamoci, io chiedo la forza alla Vergine Madonna di aiutarmi affinchè io possa esservi di aiuto. Inizio con la mia sfera, da lei si irradieranno dei raggi gialli, solari, dei raggi energetici. Voi, nel frattempo, chiudete lentamente gli occhi, posate le mani sulle vostre gambe.
Sentiamoci completamente in questo luogo, un luogo divino, una casa pura. La formula della mia cura è ? Io sono perfettamente sano, che vi sia pace, serenità e bontà dentro di Voi, che vi sia pace, serenità e bontà fuori di Voi, che vi sia pace, serenità e bontà in tutto il mondo.
Visualizzando un cielo stellato esprimete un desiderio per la vostra salute… Visualizzando un mare di fiori esprimete un desiderio per la felicità…Visualizzando un mare di pesci e di delfini esprimete un desiderio per la vostra fortuna e per il successo…Visualizzando un alberello nano, verde come un abete, esprimete tutti i vostri desideri… Sentite i vostri organi, percepite un raggio solare energetico, che attraversa il chakra della testa…Ora io recito le Sure del Corano…Immaginiamo una montagna… Insieme stiamo scendendo da una montagna dalle 12 sorgenti… Dalla prima sorgente sgorga un'acqua solare ed energetica, beviamo questa acqua a sorsi e percepiamo come i vasi capillari sanguigni del cervello si allargono… chi soffre di sbalzi di pressione sente purificarsi il sangue, tutte le malattie legate ai dolori di capo scompaiono… La seconda sorgente è una sorgente montana che contiene solfati e fosforo, bevendo quest'acqua solforosa e ricca di fosforo, noi percepiamo come si purificano le vie respiratorie e la tiroide, il nostro respiro si regolarizza… Beviamo dalla terza sorgente, è un'acqua incredibile, è un'acqua zolforosa, quest'acqua purifica le valvole cardiache, le valvole si ampliano e il cuore batte regolarmente… Beviamo dalla quarta sorgente, è un'acqua molto ferrosa e anche dalla quinta e dalla sesta sorgente beviamo, purifichiamo il nostro stomaco, il nostro pancreas, purifichiamo l'intestino dai disturbi della colite e dell'enterocolite… Alla settima sorgente, purifichiamoci dai calcoli alla prostata, dai disturbi degli organi femminili, dalle cisti, dai fibromi delle ovaie e dell'utero… Bevendo dall'ottava sorgente che cura il diabete e regolarizza la pressione, io invoco lo Spirito del guaritore indiano Sai Baba… Andiamo ora alla nona sorgente, è la sorgente che guarisce i nostri occhi, purifichiamo internamente i nostri occhi e rigeneriamo la vista… Alla decima sorgente ci sono tanti colombi, tanti uccelli, che volano e sbattono le ali, sentitevi altrettanto leggeri, le articolazioni delle braccia e delle gambe sono leggere… All'undicesima sorgente vi purificate dal male e rigenerate la bontà, dopo la purificazione vi sentite bene e leggeri… La dodicesima sorgente è una sorgente paradisiaca, è acqua santa, bevetela e percepite come siete leggeri, come vi sentite bene… Poi scendiamo in basso nella valle, insieme vediamo delle altissime montagne, con tanti sassi… Vediamo un torrente, ci avviciniamo, ci svestiamo e entriamo in acqua, purifichiamo il sistema nervoso,… esso si rigenera completamente, usciamo lentamente dall'acqua e ammiriamo le bellezze della natura elargiteci dal Signore, Creatore.
La sfera gira, noi giriamo, giriamo, in particolare si sentiranno girare le persone che soffrono di dolori reumatici alla spina dorsale, state guarendo, vi sentite rinvigoriti, forti, intelligenti, felici. Che Dio, gli angeli custodi e la Madonna vi custodiscano. Vi sentite leggeri. Io vi ho purificato, ho tolto tutti gli stress e le negatività, e adesso, mentalmente, cantate e ballate la vostra canzone preferita del vostro cantante preferito, siate felici con tutto il vostro animo sentite regnare la pace e la bontà intorno a voi, dentro di voi, nella vostra famiglia. Che vi sia pace in tutto il mond. Auguro a tutti tanta felicità e fortuna. Amen.

Aleksandra Simonova

KAMCHATKA

Ciao, nella nostra lingua si dice Amto. Amto a tutti voi.
Io arrivo dall'Estremo Nord della Kamchatka, da noi fa molto freddo ora, intorno ai ? 50°. Voglio raccontarvi un po' di me. Io sono nata nella tundra, vicino ad un fiume che si chiama Vetravajam. Non è un villaggio il luogo dove sono nata, ma è un accampamento nomade, lì vivevano i miei genitori ed i genitori dei miei genitori, e così anche noi figli siamo nati lì. Mio padre era chiamato Kirkihod, lui faceva parte della stirpe degli sciamani; mia madre si chiamava Kau, morì molto giovane, si occupava di curare gli altri e lo faceva utilizzando i sogni e assumendo il muchomor, l'amanita muscaria. Tutte le sue capacità si stanno trasferendo in me un po' alla volta.
Mio padre suonava a lungo il tamburo ed entrava in uno stato di coscienza particolare che a noi pareva che non si trovasse più sulla terra, fra di noi. Durante i suoi canti noi dovevamo fare fuoco, in continuazione, all'interno della yurta; per giorni interi, a volte, perché lui durante il rito necessitava sempre di tizzoni di carbone ardente, in quanto durante la cerimonia col tamburo, li mangiava. Noi bambini, il giorno successivo, al termine del rituale, guardavamo curiosi all'interno della sua bocca, lo obbligavamo a mostrarcela, perché volevamo vedere se c'erano delle vesciche dovute ai tizzoni, ma non succedeva mai.
Lui aveva la sua canzone, da noi, ognuno ha una sua melodia che lo contraddistingue dagli altri. Noi bambini, siamo cresciuti accompagnati da questa melodia, inoltre, visto che lui era un bravissimo raccontastorie, si stava per ore ad ascoltare le sue favole e i racconti dei nostri Antenati, durante il lungo inverno, mentre stavamo distesi accanto al fuoco nelle nostre coperte di pelliccia.
Mia madre non la ricordo, è morta che io ero bambina, e quindi sono stata cresciuta da un'altra donna, io e tutti i miei fratelli. Io la considero come la mia madre naturale, lei mi ha cresciuta e l'ho sempre amata tantissimo. E' morta tre anni fa. C'è una canzone che io dedico sempre a lei per il grande amore che provo nei suoi confronti. Mia madre non aveva figli propri, ma lei accoglieva presso di sè tutti i bambini orfani e così noi abbiamo vissuto tutta la nostra infanzia in una grande yurta, all'interno della quale c'erano sempre tanti bambini. Mia mamma è entrata a far parte della nostra famiglia perché venne presa in moglie dal fratello maggiore di mio padre, quando lui morì passò in sposa al secondo fratello, quando anch' egli morì allora divenne la compagna di mio padre. Da noi succede così, le donne come lei devono stare a casa, il loro grande cuore permette di poter avere sempre dei bambini da accudire. Infatti, alla morte di mio padre lei visse con altri due uomini e continuò ad allevare dei nuovi bambini e a dar loro amore. Lei era molto buona e tutti la rispettavano tantissimo. Nella canzone che dedico a mia mamma, le madri vengono paragonate alla nostra terra di Kamchatka: loro sono il sole, i ruscelli, i laghi, per noi sono la bontà e tutta la natura è simbolo di bontà.
La nostra fede è animista, pagana, e così quando muoriamo i corpi dei nostri defunti vengono arsi. Io credo che nonostante le tradizioni siano diverse, noi tutti ci inginocchiamo allo stesso Dio, anche noi chiediamo a Dio di proteggere i nostri figli, di darci la salute, come fate voi. Inoltre noi ci inchiniamo a tutte le forze della natura: al Sole, al Fuoco, alla Terra, all'Acqua ed è per questo che in loro onore compiamo sempre dei rituali. Quando ci rivolgiamo al Sole lo guardiamo sempre in volto ed in suo onore facciamo un'offerta di montone dal pelo bianco. In autunno, quando è giunto il periodo della macellazione delle renne e si prepara la carne per l'inverno, si devono compiere delle offerte sacrificali ben precise. Per cui nel momento in cui, morendo, la renna cade a terra, la sua testa può trovarsi in varie direzioni, ma noi, in onore del Sole, rivolgiamo sempre il suo capo, prendendo la renna dalle corna, verso il punto in cui sorge il Sole, affinchè sappia che gli tributiamo sempre tutti gli onori. Facciamo dei rituali anche in onore dell'Acqua. Quando le mandrie si spostano da un accampamento all'altro e si giunge in un nuovo posto, che viene solitamente prescelto in quanto si trova nelle vicinanze di qualche corso d'acqua, allora si fa un sacrificio con una renna allo Spirito delle Acque, per ringraziarlo dei servizi che porterà all'accampamento degli allevatori nomadi. Il rito viene compiuto vicino al corso d'acqua, per rendercelo amico. In onore della Terra facciamo in continuazione delle piccole offerte, non ci dimentichiamo mai di lei. L'elemento più importante nella nostra vita è il fuoco. La prima operazione che eseguiamo quando montiamo le nostre yurte, durante i nostri spostamenti continui al seguito delle mandrie, è accendere il Fuoco e rabbonirlo con delle offerte di cibo. Visto che il cibo basilare nella nostra vita è la renna, tutti i sacrifici, tutte le offerte che facciamo sono costituite da parti di renna: il grasso, lo stomaco, il pelo più morbido, la pelle. Allo stesso modo rendiamo sempre omaggio alla renna in quanto è lei che ci dà la possibilità, oltre che di nutrirci, di vestirci: i nostri abiti sono cuciti dal mantello delle renne. Noi dipendiamo completamente da lei.
Ora canterò in onore dei miei antenati della mia Terra, è la cosa che mi viene più naturale. E' un canto che è dedicato interamente al mio fiume, sulle rive del quale sono nata. Narra del mio fiume che chiamiamo affettuosamente Vivencka, di come scorra lontano, di quanto sia ricco di pesci, di come il Sole sorga ogni giorno sulle sue rive e di come tutta la vita d'intorno si risvegli insieme al sorgere del sole. Narra di come le tenere renne vadano ad abbeverarsi alle sue acque e di come i nostri bambini gioiscano correndo tra le sue acque. E' un canto in onore della nostra meravigliosa Madre Terra.

Maria Tepevnovna Etneut

KAMCHATKA

I miei nonni e le mie nonne di parte paterna morirono quando io ero piccola: il clan del nonno si chiamava Vinkavà, il clan di mia nonna era Panhà, e così da loro nacquero sette figli. Mio padre, Tepevn, era il terzo, poi c’erano ancora un fratello minore e altre tre sorelle. Mio padre e mia madre non ebbero figli, per lungo tempo, poi io venni portata dal cielo, da uno sciamano…è così che sono nata. Nel 1937 mio padre venne imprigionato, era il tempo della dekulachizzazione. Fu rinchiuso in prigione perché aveva delle mandrie troppo grandi e gliele portarono via. Rimase in prigione per due anni. E lui che era forte come un cavaliere medievale, infatti se c’erano delle porte di ferro le poteva spezzare in due e se lo inseguivano nella tundra, non lo potevano raggiungere perchè era veloce come una freccia, non resistette alla prigionia e si sparò. Lui apparteneva all’etnia cjaicjuven, mia madre era una ciukcha. Mia madre morì, durante l’epidemia del 1941 e così io potei studiare solo per quattro anni e poi mio zio mi riportò indietro all’accampamento di mandrie. Quindi fu mia nonna che mi educò durante la mia infanzia, al seguito delle mandrie. Durante la mia infanzia, quando il sole stava per nascondersi al tramonto, io uscivo fuori dalla yurta insieme a mia cugina, e lo guardavo. E vedevo lontano, lontano, verso delle altissime montagne, scorgevo al di sopra delle montagne una persona che cantava e danzava accompagnata dal tamburo. Ed io intanto pensavo: - Chi è costui che canta e balla e suona il tamburo? - E lui, anche se era così distante mi diceva, ed io sentivo la sua voce, qui all’interno, dentro di me - Sono io, sono Ajamtò -. E lui, intanto, ballava e ballava ad ogni tramonto ballava, ma c’erano molti chilometri di distanza tra di noi. Ed una volta lo vidi che ballava e danzava e si elevava nel cielo al di sopra delle montagne con i suoi canti. Una volta lì dove prima c’erano le montagne di colpo apparve il mare, le onde giocavano a rincorrersi, e io pensavo - Ma questo cos’è? ? Lui, sempre volando, mi rispose - E’ il mare! ? Ed io pensavo, - Ma come può sentirmi?- e lui mi rispose, sempre dall’interno ? Siamo vicini, io e te. ?
E quindi, all’epoca in cui mio zio mi portò a scuola, non avevo mai visto il mare e quando lo vidi, ricordandomi la mia visione, capii che lui, da lassù mi mostrava tutto, mi faceva capire tutto, m’insegnava tutto. Ecco quali sono i miei rapporti con questa persona-volante con la quale sono stata in relazione sin dall’infanzia e che sin dalla mia giovinezza mi ha spiegato tutto, accompagnandomi in tutta la mia vita.
Il nostro popolo ha tanti amuleti. Certi, a forma di uomini e di cani, sono i custodi delle renne, sono coloro che ci indirizzano sulla via. Infatti, quando qualcuno ci ruba delle renne loro sono in grado di ritrovarle e di indicarci dove si trovano con esattezza. Abbiamo anche delle pietre sacre nel nostro clan, sono antiche antiche. Ci fanno capire il nome adatto ad ogni nuovo nascituro, se il nome corrisponde a quello del piccolo, incominciano a muoversi da sole, indicando che quello è proprio il nome più adatto. Da noi, il popolo vive un inverno lunghissimo, il Fuoco non viene mai spento. Invece d’estate mia nonna diceva: - Lascia un po’ che Myccinghi, il Fuoco, si riposi…- Quando la mandria si sposta negli accampamenti estivi, i nostri amuleti ci accompagnano, e lo stesso avviene, quando la mandria ritorna indietro per svernare, gli amuleti ci accolgono. Appena si sa che la mandria è di ritorno all’accampamento invernale, subito si accende un grande Fuoco, e si fanno bruciare le pigne, questo aiuta la fertilità della terra, vi saranno tante bacche e tante renne, in abbondanza per tutti. In autunno ed in estate si compiono dei grandi rituali, e si preparano tante cose: innanzitutto si offre all’orco, al mangiatore di persone, una renna nera e poi vengono fatti dei doni alla Madre-radice e al Padre-radice, agli Antenati terrestri. In seguito, al mondo tutto intero, al globo terrestre, a tutto e a tutti vengono fatte delle offerte, non ci si dimentica di niente e di nessuno. Offerte per i ruscelli, per le cascatelle, per i pesciolini, per tutti i popoli che vivono sulla Terra, e si celebra un grande rituale che testimonia dell’unione della Terra con il Cielo. Poi si prosegue con un rituale per la Madre Mare ed in ultimo il rituale per il Cielo, al Cielo Madre e Padre, al Dio e alla Dea, alla Luna e alle Stelle.
Vi è un canto della Madre Celestiale e del padre Celestiale, del Dio e della Dea. In questo canto loro si rivolgono ai propri popoli chiedendogli, di vivere correttamente di rimanere entro quella via che gli era stata data. Un canto che li invoglia a rimanere sulla retta via. Questo dobbiamo fare, quanto ci dicono da lassù, affinchè ci sia pace. Pace, pace a tutti, i canti portano la pace.

Maria Tepevnovna Etneut, durante questo incontro, ha voluto fare un dono a tutti i partecipanti, con grande generosità e senza risparmiare le sue forze ha raccontato, danzato e cantato dell'origine della Terra. Un racconto per non dimenticarci del dono più importante che ci è stato fatto, quello della Vita, della Creazione. Riportiamo lo stesso dono a tutti voi che avete serbato nel cuore il ricordo della danza del Ragno.

Un tempo, nei cieli di lassù, vivevano due famiglie. Il padre Ighin e la madre Iga con i loro figli: il Sole Tzar e le tre sorelle Volkhej, Anodygmal e Mitti. La seconda famiglia era composta dal padre Cinni e dalla madre Tonga che generarono colui che divenne il Creatore della Terra, Kujghneku, e sua sorella Miccynghi. I discendenti delle due famiglie si sposarono tra di loro: il Sole Tzar si sposò con Miccynghi e il futuro Creatore della Terra, Kujghneku, si sposò con la sorella del Sole Tzar, Mitti. Al Sole Tzar e a Miccynghi, dalla loro unione, nacquero le sorelle stelle e la sorella Luna, alle quali venne dato il compito di sorvegliare quanto avveniva in basso. Kujghneku e Mitti diedero alla luce molti figli, tutti importanti e famosi, il primo era Emenhut e poi fecero seguito Zenjahal, Cianajuhal, Ticinmjahal, Kljuknul e per ultimo Juhan. Ma Kujghneku, nonostante questa famiglia numerosa, si annoiava, per cui un giorno chiese a sua moglie Mitti: "Come vivremo d’ora in avanti?" Lei gli rispose: "Ma dov’è il tuo carissimo consigliere, il Sole Tzar? Vai da lui che ti dirà quale sarà il tuo compito da eseguire, ti dirà il giusto." Lui si avviò dal Sole Tzar camminando in senso orario. Arrivato che fu gli pose la stessa domanda: "Come vivremo d’ora in poi, io mi annoio?" Il Sole Tzar gli rispose "Questo è affare tuo, vai dove ti senti di andare!" Kujghneku disse di voler andare in giù, al che il Sole Tzar sbottò: "Ma dove vuoi andare? Lì in basso c’è solo umidità e liquido." Kujghneku fece ritorno da Mitti e guardò in giù, si scorgevano dei boschi vastissimi, per cui discesero in basso e iniziarono a vivere sopra ad un albero. Kujghneku, per passare il tempo, iniziò a ritagliare dalle foglie degli alberi i vari popoli degli animali: gli uccellini, gli insetti, le renne selvatiche e poi disse a sua moglie Mitti "Suvvia ingoiali, però, non masticarli". E così da queste foglie, egli diede vita a tanti diversi esseri viventi che stanno adesso con noi: insetti, animaletti, uccellini e tutto quanto vive con noi. Questi furono i primi popoli che vennero creati. Il Creatore, però, nuovamente si annoiava e disse a Mitti: "Come vivremo d’ora in poi?" Lei gli rispose: "Ma dov’è il tuo carissimo consigliere, il Sole Tzar? Vai da lui che ti dirà quale sarà il tuo compito da eseguire, ti dirà il giusto." Lui si avviò dal Sole Tzar camminando in senso orario. Arrivato che fu il Sol Tzar disse: " Ti ascolto, cosa c’è?" Egli pose la stessa domanda: "Come vivremo d’ora in poi, io mi annoio? Io ho bisogno della terra!" Il Sole Tzar gli rispose: "Ma dove sono i tuoi amici? Radunali e vediamo chi tra di loro sarà il più coraggioso. Ordina di andare a prendere la terra, che sta all’interno della palla di grasso, sotto gli alberi." Il Creatore fece ritorno sugli alberi e radunò tutti i suoi amici che aveva creato dalle foglie. Spiegò cosa c’era da fare ma tutti stavano in silenzio, nessuno parlava, era un compito troppo difficile. Il Creatore ripetè: "Chi tra di voi è il più coraggioso? Nella palla di grasso si trova la terra." Ma tutti rimanevano in silenzio. Il corvo, ad un tratto, intervenne: "Ah! Ecco qui la balena! E’ grande, che vada lei!" Tutti furono d’accordo. La balena si mise in mezzo al cerchio formato dagli animali e si tuffò verso il grasso cercando di fare un buco per penetrarvi all’interno, ma non ci riuscì, dallo sforzo si formò la fontanella che ha tuttora sopra la testa. Tutti continuavano a stare in silenzio, pensando a come fosse possibile penetrare il grasso. Di colpo, si propose il colimbo: "Vado io!" AhAhAh! Scoppiò una gran risata, tutti caddero per terra dal gran ridere e non si accorsero che, intanto, il colimbo si era già tuffato verso il basso. Si vedevano fuoriuscire dalla massa di grasso delle bolle d’aria. Tutti stavano in silenzio, aspettando l’arrivo del colimbo. Di colpo arrivò…stanco, molto stanco, con gli occhi rossi dallo sforzo, respirava a fatica ma nel suo becco non c’era la terra. Tutti risero. AhAhAh! Caddero nuovamente in terra dalle gran risate e, di nuovo, prima che se ne rendessero conto il colimbo si era già tuffato. Si vedevano fuoriuscire dalla massa di grasso delle bolle d’aria. Fecero di nuovo silenzio aspettando l’arrivo del colimbo. Di colpo arrivò…stanco, molto stanco, con gli occhi rossi dallo sforzo, respirava a fatica e nel suo becco portava della terra. Tutti esclamarono di gioia. Dallo sforzo le lacrime gli colavano dagli occhi, erano salate e caddero sulla palla di grasso, ricoprendola fino a formare i mari. Il Creatore diede al colimbo la possibilità di riposarsi e in ricompensa gli fu data la proprietà delle acque. E così tutti insieme, tutti i popoli si misero a costruire la Terra. Ma il Creatore non faceva in tempo a ricoprire la massa di grasso di terra e ad appiattirla che, istantaneamente, si formavano dei grumi che generavano le colline e le montagne. Al Creatore, dalla fatica, usciva il moccio dal naso che colava dalle cime delle montagne formando dei ruscelli e quindi dei fiumi, che correvano verso il mare. Ogni tanto, nella sua opera, il Creatore si sedeva a riposare e lì, dove era stato seduto, si generavano delle paludi; dal suo sudore, che colava per la fatica, si formavano i laghi. Come ebbe terminato di fare la terra fece tre respiri: uno, due e tre e la Terra iniziò a girare. Di colpo, si sentì un gran gelo, per cui il Creatore disse a sua moglie Mitti: "Come faremo a vivere, abbiamo bisogno di un po’ di tepore." Lei gli rispose: "Ma dov’è il tuo carissimo consigliere, il Sole Tzar? Vai da lui che ti dirà quale sarà il tuo compito da eseguire, ti dirà il giusto." Lui si avviò dal Sole Tzar camminando in senso orario. Il Sole Tzar gli disse: " Ti ascolto, cosa c’è?" Il Creatore rispose: "Adesso dopo la costruzione della Terra, abbiamo bisogno del caldo." Al che il Sole Tzar rispose: " Raduna i tuoi amici e dì al più coraggioso di passare attraverso il vulcano, di andare da mia moglie e di dirle che, per ordine di suo marito, deve darvi del Fuoco." Il Creatore radunò nuovamente il popolo degli animali e diede loro il nuovo compito da eseguire. Stavano tutti in silenzio, sapevano che l’ordine era ancora più gravoso. Di colpo, si fece avanti il ragno e disse "Vado io!" Tutti gli chiesero: "Come farai?" "Non preoccupatevi, passerò dal vulcano e grazie alla mia tela e alle mie cinture mi calerò al suo interno" E partì, passò attraverso il vulcano. Tutti aspettavano, in silenzio, il ritorno del ragno con il Fuoco. All’improvviso comparve e portava con sé, tra le sue zampe, il Fuoco. Lo depose davanti a sè, aveva gli occhi rossi e chiusi e respirava a fatica. Di colpo arrivò la mosca che prese il Fuoco e volò dal Sole Tzar. Il ragno aprì, dunque, gli occhi ed esclamò meravigliato: "Ma dov’è il Fuoco, dov’è finito?" Il corvo rispose: "Il tuo Fuoco è stato rubato dalla mosca che l’ha portato al Sole Tzar". Intanto la mosca era arrivata dal Sole Tzar che la ricompensò con la carne cruda, ogni pezzo di carne cruda sarebbe stato suo, d’ora in poi, per allevare i propri figli. Ben presto il Sole Tzar venne a sapere che non era stata la mosca ma, al contrario, il coraggioso ragno a portare il Fuoco e lo voleva ricompensare dato che non aveva ricevuto nulla in dono, ma il ragno disse: "Io non ho bisogno di nessun dono, perché io aiuterò qualsiasi popolo, qualsiasi persona che avrà bisogno di me." E poi venne la neve, faceva freddo. Il Creatore disse alla moglie Mitti: "Come facciamo a far smettere questa tormenta di neve?" Lei gli rispose: "Vai dai tuoi amici uccelli e fa che la facciano smettere." Il Creatore andò dai merli per chiedere loro di far smettere la tormenta. I merli acconsentirono e si vestirono belli caldi, presero con sè delle polpette, che Mitti aveva preparato per loro, e volarono verso un’alta roccia, da cui proveniva la tormenta. Grattarono e grattarono, con le loro zampe, e riuscirono a forare la roccia, ma intanto le polpette erano finite. Faceva freddo per cui fecero rientro. Tornarono indietro, passarono a prendere la gazza e andarono dal Creatore che disse: "Chi di voi per primo riuscirà a far smettere la tormenta? Vado a preparare delle nuove polpette per il viaggio oltre la roccia." La gazza disse: "Io non ho bisogno della carne e dei vestiti caldi, parto subito." Partì e prese con sé un bastone e un coltello a tre punte. Arrivò lì dove facevano la tormenta. Vide degli esseri che prendevano della neve con delle pale e la mettevano in un macchinario che la spargeva ovunque. Appoggiandosi al bastone, si mise ad osservare il loro lavoro, uno di loro si accorse di lei e, con felicità, la apostrofò: "Oh! che bello, è arrivato un ospite, entra nella yurta per riscaldarti e per mangiare un poco!" La gazza gli rispose: "Forza entrate voi a riscaldarvi, a mangiare, fate con calma, io continuerò a lavorare al vostro posto. Io ho questa abitudine di mangiare mentre lavoro." Entrarono tutti nella yurta e intanto che mangiavano, la gazza tagliò le corde che facevano funzionare il macchinario che produceva la tormenta, la quale si arrestò e finì il maltempo".
Tornò a casa, il tempo era bellissimo, svegliò gli altri dicendo: "Forza il tempo è bello, andiamo a pascolare, fintanto che il tempo è bello." Alla gazza venne data come ricompensa un bell’abito di pelliccia, che indossò subito; i merli vennero ricompensati con il loro meraviglioso canto. E giunse un vento caldo che scongelò la Terra per cui iniziarono a fiorire nuove piante, bacche, alberi affinchè non ci fosse più la fame. E così i popoli continuarono a vivere senza più fame e i bambini continuarono a crescere. Da allora la gazza è come un Dea per il nostro popolo.
Un giorno che il Creatore stava passeggiando insieme a Mitti, innavertitamente, diede un calcio a dei rametti che si erano raccolti sulla riva e si formò il popolo dei pesci, camminando diede un colpo a degli aghi di abete da cui si formò il popolo delle renne. In seguito, ogni popolo di animali ricevette delle mandrie per poter vivere, ma molti non avevano il tempo di occuparsene e così succedeva che alcuni venissero derubati dei doni che erano loro elargiti dal Creatotre, il quale, di fronte a questo comportamento, si arrabbiò. Il Creatore prese il suo bastone e li picchiò dicendo "Andatevene via! E disperdetevi ai quattro venti!" Con il colpo inferto essi si moltiplicarono e si diffusero ovunque. Un giorno il Creatore e Mitti erano a passeggio e il Creatore diede un calcio a dei grumi di terra e si formarono degli uomini, gli allevatori di renne. Mitti disse al marito: "Cosa hai fatto? Vedi che ci sono già abbastanza popoli!" Il Creatore rispose: "Non fa niente, staremo più allegri con tanta gente" E lei: "Ma dove abiterà tutta questa gente!" Lui rispose: "Vivranno nei boschi." Ma lei proseguì: "Ma come faremo a cibare e a vestire tutti questi popoli?" Lui rispose: " Li vestiremo con abiti di renna e di lince; si ciberanno con la carne di renna e viaggeranno con le slitte trainate dai cani." Proseguirono con la passeggiata lungo una riva. Il Creatore vide formarsi la schiuma dalle onde, diede un nuovo calcio da cui presero vita i gabbiani, che volarono in cielo. Mitti disse: "Ma cosa combini, guarda quanti sono. Prima o poi saranno affamati." Il Creatore rispose alla moglie: "Non preoccuparti, loro non soffriranno la fame, avranno molto cibo." Poi si misero a pescare per poter mangiare qualcosa. Il Creatotre disse: "Mitti raccogli dei rametti per fare il fuoco, io taglierò dei rami per far affumicare il pesce." Ma non fece in tempo a fare quanto si era proposto che, inciampando nei rametti, diede un nuovo calcio dal quale presero vita degli uomini, i pescatori. Mitti lo riprese: "Ma cosa stai facendo! Te l’ho già detto che la Terra è piccola, loro sono sempre di più, come faremo?" Il Creatore rispose: "Non preoccuparti Mitti, potranno uccidere tanti pesci diversi per sfamarsi" Mitti continuò: "Forse ucciderannno gli allevatori di renne per sfamarsi." Il Creatore disse: "No, non ti preoccupare non li toccheranno, al contario li aiuteranno. Comunque, se dovessero commettere degli errori, sulla via che è stata loro predestinata, li correggeranno da soli." E aggiunse: "Se i popoli a cui io ho dato vita, non vivranno in armonia tra di loro, allora saranno puniti con la guerra, li aspetta la punizione peggiore." Allora, udite queste parole, il Sole Tzar indossò una pelliccia molto ricca e completamente bianca e fece dono alla Terra del più tenero animaletto: un leprotto. E così i popoli che vivevano intorno a tutta la Terra trasformarono i loro cuori in quelli di teneri, teneri leprotti."

Yelitza Altamirano Valle

PERU’

Stiamo vivendo in un periodo di guerra, di confusione ma è giunto il momento di prendere coscienza dell’amore; sono convinta che dal caos deriva la vita, l’amore è più forte del dolore e non può morire perché è la forza del cosmo vivente. Gli sciamani, della mia Terra, mi hanno detto che Yelitza significa "Vento, piccola brezza", e con il mio nome è iniziata la mia vita a livello sciamanico. La mia vocazione deriva dalla natura e si è presentata quando ero molto piccola.
Sono nata a Lima e mi sono trasferita con i miei genitori a Cuzco, paese abitato da un popolo molto piccolo che si chiama Kijavanga e che significa "la casa della luna". Il trasferimento da Lima a Cuzco, mi ha portato a riflettere sulla diversità delle cose: da una cultura occidentale, coloniale mi sono ritrovata a vivere in mezzo alle montagne, e tutto mi sembrava enorme. Ho iniziato a fare amicizie ed ho incontrato i miei maestri proprio in mezzo alla natura.
A quattro anni ho incontrato la vigogna, che mi ha spalancato le porte e mi ha invitato ad entrare. Appena sono entrata la mia vigogna ha iniziato a parlare, non con la bocca ma con la mente e con il cuore. Il modo di comunicare che tutti noi conosciamo, quello verbale, è solo uno dei tanti linguaggi esistenti. Ci sono lingue molto diverse, che vengono dal cuore e che appartengono ad un altro modo di esprimersi. Questi linguaggi si trasmettono attraverso i propri messaggeri; i messaggeri si trovano nella natura, sono la natura stessa: se la natura non viene a te, allora tu vai alla natura.
La natura è la grande Madre energetica, la Pacha Mama, il grande amore, il cosmo, è Dio.
La natura è dentro di noi, ognuno di noi ha una parte animale che è in realtà quella naturale, quella del cosmo, è la parte che non vuole morire, che non vuole rinunciare ad amare, che non vuole rinunciare a perdere lo spirito: questa è la parte che noi sciamani non vogliamo nascondere.
Quando ero a Lima ho sofferto molto per questa mia parte sciamanica, perché dovevo nasconderla, non ero libera di esprimerla.
L’arte è stata ed è una componente molto importante nella mia vita perché attraverso essa ho potuto esprimermi. L’arte è un canale importante per il contatto con lo spirito, è la magia che mi ha sostenuto.
Avere sensibilità vuol dire anche soffrire: per questo molti di noi non vogliono amare, per non soffrire.
Nel mondo occidentale si dice "sei un cuore di pietra": ma la pietra è morbida, dolce, si muove, è viva come una montagna.
Tutta la natura è morbida. Solo l’uomo si è indurito sul nostro pianeta.
Dalle montagne sono tornata a vivere a Lima e poi di nuovo mi sono trasferita nel Machu Picchu. Lì, quando ero piccola, era ancora possibile giocare, stare con la famiglia e ho conosciuto tanti animali, come per esempio la cavalletta: esse sono piccoli messaggeri che vengono a dare notizie. Le cavallette ancora oggi mi seguono.
Ora sono felice di poter raccontare queste cose senza essere considerata strana: sto vivendo come in un sogno.
Mia mamma era sensibile agli eventi che accadevano, prevedeva il futuro: anche lei doveva nascondere questa sensibilità perché non veniva interpretata nel modo corretto, era una cosa che si scontrava con la religione cattolica.
Mia nonna Julia invece comunicava con il mondo dei morti attraverso le visioni. Ho sempre considerato tutte queste cose "normali", anche se da piccola non mi era stato spiegato nulla al riguardo.
Così ho ereditato dalla nonna la capacità di comunicare con il mondo dei morti, dalla mamma la sensibilità verso gli eventi futuri e da mio padre, invece, la passione per l’arte. C’è stato un momento in cui mi sentivo confusa: a 15-16 anni non riuscivo a dormire, dipingevo di giorno e di notte e poi crollavo e dovevo dormire a lungo.
Tutti hanno creatività e quando si riesce ad esprimerla così intensamente succede qualcosa nell’anima: l’anima ha bisogno del suo alimento, l’energia, come la mente ed il corpo. Mia nonna mi ha insegnato a cucire: cucire è un’arte. Tutte le manifestazioni dell’uomo sono arte. Nei rituali il "cucire" indica cucire il cuore, la vita: cucire è un’arte magica.
Quando ho iniziato a comprendere le cose, la natura ha iniziato a venirmi incontro.
L’energia è magia e quando si realizza un’opera d’arte, quest’ultima diventa magia.
Amare è magico, l’amore è magico, è magia.
L’arte magica ha delle regole da seguire così come tutte le cose artistiche hanno delle regole, così come fare il pane.
La natura però mi ha insegnato che non è importante conoscere solo il linguaggio verbale perché attraverso gli altri tipi di linguaggi è possibile comunicare con gli animali, con la cavalletta, con le capre, con il vento, con Dio.
Io lavoro con i bambini per farli avvicinare al linguaggio dell’arte e delle danze rituali, per rendere i bambini consapevoli di essere figli della terra, del cosmo vivente, per metterli in contatto con il cosmo vivente, per dare loro consapevolezza dell’amore della Natura.
Oggigiorno i bambini vivono in un’epoca violenta, frenetica dove non c’è più tempo per contemplare le cose, non c’è pace, non si riesce ad odorare le cose, non si può contemplare, non si riesce a vedere le cose. E’ come se fossimo ciechi, la natura ci mostra tanti colori ma noi li vediamo sbiaditi. Dobbiamo ridare colore alla nostra vita. Dobbiamo vedere il mondo a colori, con gli occhi dei bambini.


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