Venerabile Dr. Ani Kalsang Tsomo
Quando ho intravisto un uomo in abito nero che teneva in mano un cartello con scritto il mio nome, all’aeroporto di Milano, sapevo che il mio viaggio per scoprire Donne di Pace era appena cominciato. L’autista non parlava inglese e il mio italiano non è dei migliori, quindi il viaggio per Torino è stato veramente quieto. Mi sono allacciata la cintura e mi sono rilassata, guardavo il paesaggio circostante. La mia mente mi raccontava l’ultimo incontro con Costanzo. Dopo trentun anni di servizio per i miei pazienti come dottore in medicina tradizionale cinese, nove mesi fa ho deciso di chiudere la mia clinica a Scottsdale, Arizona, e di seguire un corso di lingua tibetana a Darjeeling, in India. Dopo un mese dall’inizio del corso all’Istituto Manjushree, il mio compagno di classe, Costanzo junior, mi ha presentato suo padre che era venuto a trovarlo dall’Italia. Ci siamo incontrati in un ristorante tailandese e già dopo i primi minuti di conversazione sono rimasta toccata dal suo lavoro umanitario come film-maker. Ascoltavo con attenzione i dettagli della sua missione e ho lasciato che la mia mente seguisse i suoi passi in aree remote del mondo come la Kamchatka, la Mongolia, la Siberia. Ho condiviso con lui il mio desiderio di bambina di poter diventare un ambasciatore che portasse guarigione e pace al mondo. Quella era l’unica ragione per cui avevo scelto di diventare una guaritrice e una monaca Buddista. Infatti, Madre Teresa era stata il mio modello e il mio cuore desidera ardentemente poter offrire un simile servizio all’umanità.
Dopo aver condiviso le mie mete nella vita, al nostro secondo incontro Costanzo mi ha caldamente invitato a partecipare alla conferenza annuale chiamata “Donne di Pace”. Senza esitare accettai … ed ora eccomi. “Donne di Pace” è un incontro interreligioso, dove delle rappresentanti carismatiche di diverse culture condividono le loro intuizioni rispetto ai messaggi che tutte le religioni ci insegnano, nella speranza di andare oltre le barriere culturali e razziali. Questo fine settimana, la nostra interazione con guaritrici e grandi leader sociali e religiose ci aiuterà a comprendere il messaggio che l’amore e la solidarietà sono terreno comune per noi tutti.
La mano dell’autista mi ha dato un colpetto sulla spalla e mi sono svegliata. Mi indicava un grande e magnifico edificio di fronte a noi e diceva qualcosa in italiano. Ho letto il cartello con piacere : “S. Giovanni Bosco”. Entrando nel palazzo, sono stata accolta da Maurizio, che mi ha mostrato la storica costruzione raccontandomi la vita straordinaria di Don Bosco, che aveva sempre un’attenzione estrema per l’educazione e il benessere dei bambini del mondo. Mentre ammiravo le statue di Don Bosco, nel cortile interno della Chiesa, ho incontrato un’altra oratrice, Madre Tessa Bielecki, che è la Badessa del Monastero Carmelitano di Crestone, Colorado. Costanzo mi ha accolto con un grande sorriso. Mi ha detto di essere reduce da una conferenza stampa. Costanzo ha sempre un’aura positiva e un cuore pieno d’amore. Subito ha voluto che salissi le scale per presentarmi le altre donne. Lì ho incontrato le tre donne da Beslan, Russia, e Habiba, dall’ Uzbekistan.
Quella sera stessa, Angela e Pierluigi, gentilmente ci hanno portato in centro a Torino per mostrarci la città.Torino una volta era la capitale d’Italia. Angela ci indicava molti palazzi storici che ricordavano le importanti influenze politiche di quel tempo.
Sabato 4 dicembre
Entrando nella sala da pranzo per la colazione ho trovato molte donne meravigliose che mi aspettavano. La mia attenzione è stata subito attirata verso una giovane donna che traduceva per le donne russe, si chiama Anna l’amabile moglie di Costanzo; parla molto bene l’italiano, il russo, il francese e l’inglese. Sono rimasta molto colpita.
Costanzo si è poi avvicinato dicendomi “Ani Kalsang, questa è Antonella, la traduttrice per Madre Tessa e per te.” Ho voltato lo sguardo verso una bella donna alta, con lunghi capelli. Non soltanto appariva molto intelligente e gentile, ma aveva anche saggezza e arguzia. Dopo solo pochi momenti con lei ebbi la certezza che Madre Tessa ed io eravamo in buone mani. Insieme ci siamo avviati verso la sala dove aveva luogo il convegno.
Il Dott. Giampiero Leo, Assessore alla Cultura della Regione Piemonte aprì il convegno. Qualche centinaio di ascoltatori aspettavano ansiosamente di sentire le tre straordinarie donne di Beslan, arrivate sin qui per raccontarci dell’attacco terroristico alla loro scuola, tre mesi fa. Sullo schermo scorrono le immagini dei bambini uccisi, degli insegnanti feriti, di gente insanguinata che corre nel panico, coprendosi i volti e i corpi. Costruzioni distrutte e molte anime annientate. Ciò che passava sullo schermo ha toccato i nostri animi e sciolto lacrime nei nostri occhi. L’intero teatro era avvolto in un senso di profondo dolore.
Elena Kasumova-Ganieva ha raccontato la sua storia terribile di ostaggio, insieme a suo figlio Timur. Larissa Azieva, l’insegnante d’inglese rapita durante l’attacco ha condiviso l’atrocità di questi avvenimenti. Olga Takaeva, membro del ConsigliO femminile della Repubblica di Ossetia, era lì, a dare sostegno alla sua gente e a portare consapevolezza agli ascoltatori. Le storie continuavano ed i cuori del pubblico andavano in frantumi. Abbiamo pianto per la perdita e la sofferenza dei loro parenti. Per cambiare lo stato d’animo dell’evento, sono stata invitata a condividere la mia storia durante la guerra in Vietnam.
“Fino al mio arrivo in America nel 1979, non sapevo cosa fosse la pace, dissi, ogni giorno vivevamo nella paura costante di venire uccisi o rapiti. Le nostre vite erano appese ad un sottile filo e non sapevamo mai quando i comunisti vietnamiti avrebbero potuto attaccare la nostra città natale. Soltanto svegliandoci il giorno seguente, sapevamo di aver superato vivi la notte. Mio padre era un alto ufficiale del governo militare del Vietnam del Sud e mia madre era un’infermiera ostetrica. Era raro che nostro padre potesse stare a casa con i suoi undici figli, perché doveva compiere il suo dovere sul campo di battaglia, e non eravamo mai sicuri che ritornasse a casa tutto intero. Comunque, dopo avere ascoltato le storie terrificanti delle mie sorelle russe, una esperienza particolare si è presentata alla mente e vorrei condividerla con il gruppo. Era l’attacco generale del 1968. i comunisti volevano che mio padre facesse arrendere le truppe da lui comandate, così una notte invasero la nostra casa e tennero mia madre e i suoi undici figli in ostaggio. Usavano la nostra casa come centro di comando e misero degli altoparlanti sulla parete del retro. Chiedevano che mio padre facesse arrendere le sue truppe in cambio della salvezza di sua moglie e dei suoi figli. Naturalmente l’esercito vietnamita non poteva sacrificare un’intera provincia in cambio delle nostre vite, né voleva che venissimo uccisi. Quindi, dovettero fare delle negoziazioni che proseguirono per giorni. Nel frattempo, la nostra casa veniva distrutta da razzi e colpi di mortaio da entrambe le parti. Dal pozzo lì vicino avevamo a malapena acqua a sufficienza per sopravvivere. Il terzo giorno dell’attacco, il comandante delle forze aeree decise di sganciare bombe sulla nostra casa per poter avere il sopravvento sui comunisti; come risultato, ogni volta che cadeva una bomba, io svenivo fra le braccia di mia madre. Finalmente, il quarto mattino, non sentimmo più rumori di spari e decidemmo di uscire dal bunker ad esplorare l’area sul retro della casa. Lì trovai cadaveri appesi sul recinto lungo l’area del cortile sul retro. Segnalai a mia madre e ai miei fratelli che era il momento adatto per andare a chiedere aiuto. Quando siamo usciti sulla strada principale abbiamo trovato nostro padre e le sue truppe che ci aspettavano con grande ansia. Erano così felici di vederci vivi poiché la maggior parte delle persone nel vicinato erano state uccise durante l’attacco.
Un altro evento degno di nota. Nel 1975 i comunisti del Vietnam del Nord ebbero la meglio sul governo del Sud. Non ci sono parole per descrivere i miei sentimenti nel giorno in cui Saigon cadde. Il dolore di perdere il proprio paese era così grande che molte persone si tolsero la vita. Anche a me passò per la mente il pensiero di uccidermi, ma quando mi voltai a guardare i miei genitori negli occhi, mi resi conto di non poterlo fare, dovevo la mia vita a loro!
Dopo quattro anni di regime comunista, nel 1979, decisi di scappare. C’erano 320 persone in una piccola barca da pesca che cercavano un luogo in cui approdare che ci avrebbe accettati. Non avevamo idea di cosa stessimo facendo né di dove stessimo andando. La barca navigava verso il mare aperto il mattino tardi e la sera fummo attaccati dai pirati Tailandesi. Presero tutto ciò che possedevamo, compresi i denti d’oro. Violentarono le donne e torturarono gli uomini. Eravamo perduti, sofferenti e tormentati. Dopo essere a malapena riusciti a calmarci per il primo attacco, un’altra nave pirata ci saccheggiò di nuovo. Questa volta non avevamo più nulla di valore, cosa che li fece infuriare e ci torturarono anche di più. Di nuovo cercammo di rimetterci in sesto e di trovare la via per la spiaggia più vicina. Il mattino seguente, il vascello che portava le anime spezzate incontrò la pattuglia di confine. Una volta saputo che eravamo dei rifugiati vietnamiti, trasportarono la nostra barca in mare aperto. Ore dopo, decidemmo di tagliare la corda che ci legava ai nostri catturatori e la barca cominciò a vorticare in cerchio e quasi si catapultò. La notte era così buia che la pattuglia decise di andare per la sua strada e di lasciarci a galleggiare senza meta nel vasto mare.
Dal momento che la barca era danneggiata e parzialmente sommersa, fummo obbligati ad accostarci a riva. Comunque il luogo dove ci siamo ancorati era una base della Marina malese. Io fui la prima a saltare nell’oceano e nuotare a riva. Mi puntarono dei fucili addosso e mi venne ordinato di ritornare sulla barca. Non ascoltai, continuai a camminare verso i soldati chiedendogli di uccidermi ma di risparmiare le centinaia di persone sulla barca. I soldati furono colpiti dalla mia determinazione e abbassarono i fucili, segnalando al resto della gente di venire a riva. Più avanti fummo trasferiti in un campo rifugiati, dove mio figlio ed io fummo aiutati dalla chiesa per andare negli Stati Uniti d’America.
Mai più voglio trovarmi in mezzo ad un attacco dove il mio corpo è ferito da armi da fuoco — né voglio restare abbandonata in un vasto mare senza cibo né acqua. Comunque, attraversare questa terribile prova mi ha resa ciò che sono oggi. Anche se i membri della mia famiglia furono tenuti in ostaggio e poi divennero boat people.. Allora dovetti superare la nostalgia di casa e le barriera linguistica. Dovetti accettare lavori con paghe minime come far pulizie, consegnare giornali e altri lavoretti saltuari per poter mantenere i miei figli e la mia famiglia in Vietnam, mentre seguivo dei corsi di medicina. Decisi molto tempo fa che potevo fare la vittima e passare la il resto della mia vita in amarezza e dispiacere oppure resistere e trarre grande forza da quella esperienza. Ho scelto la seconda via. Sono riuscita ad elaborare il dolore nel mio cuore, a diventare dottore in medicina cinese, in modo da poter aiutare molte persone. Inoltre, sono anche diventata monaca buddista per poter elevare la consapevolezza delle persone e guidarle nelle loro ricerche spirituali. In verità tutti soffriamo: il dolore fa parte della nostra crescita e sviluppo.”
Mi sono fermata per raccogliere i miei pensieri e poi mi sono rivolta alle sorelle russe e ho detto: “Saluto il vostro Spirito. Ci vuole coraggio per sedere qui e raccontare la vostra storia. Non posso portar via il vostro dolore, ma posso darvi il mio sostegno. Siamo qui perché ci amiamo l’un l’altro. Mentre soffriamo dobbiamo ricordarci di coloro che hanno perso la vita per la nostra libertà. Quindi dobbiamo vivere ogni giorno con l’impegno di rendere questo mondo un luogo di pace cosicché la perdita dei nostri amati non vada sprecata, il dolore e la sofferenza che stiamo sperimentando ora può servire come impeto per portare a galla la nostra forza interiore. Ricordate il dolore è necessario, ma la sofferenza è opzionale.
Cherifa Kheddar dall’Algeria ha poi condiviso la sua storia. I terroristi hanno ucciso suo fratello dissanguandolo completamente, dal momento che il loro credo dice che un uomo che muore senza sangue non sarà onorato in cielo. Come se questo dolore non fosse stato abbastanza per Cherifa, i terroristi hanno ucciso anche sua sorella.
Cherifa ha detto: “la mia responsabilità come donna di pace è di cercare di essere sempre vigile rispetto a ciò che accade nel mio paese e in particolare al crescente movimento integralista che sperimentiamo sin dagli anni ’70. Non dobbiamo lasciare soli e abbandonati coloro che soffrono della perdita di un loro caro.
Tamara Chikunova ha condiviso la terribile esperienza in Uzbekistan: la polizia militare arrestò e torturò suo figlio; volevano che confessasse l’omicidio di due persone, che non aveva commesso. Dal momento che non riuscirono a fargli firmare la falsa confessione, lo minacciarono che avrebbero ucciso sua madre. Firmò e fu condannato a morte. Il giorno in cui finalmente le autorità concessero alla madre di potergli f visita, fu eseguita la sentenza di morte, mentre sua madre era fuori dalla prigione e aspettava di vederlo. Non le hanno mai restituito il corpo del figlio
Madre Tessa, Badessa dell’Istituto Carmelitano di Crestone, Colorado, da più di quarant’anni conduce la vita di monastica e ama molto soprattutto i suoi momenti di solitudine. Il suo monastero apre i battenti a donne e uomini che scelgono di seguire i passi di Cristo. A qualche livello la sua storia sembra l’opposto di ciò cha abbiamo sentito al mattino, ma in modo silente, la sua sofferenza e quella delle altre monache è simile a quella degli altri. Madre Tessa ha cullato le anime del suo pubblico con molti canti di pace e armonia. Mentre la sua voce toccava le orecchie degli ascoltatori, sollevava i loro cuori e li elevava ad un luogo di serenità.
La prima volta che incontrai Habiba mi disse: “Sono madre di quattro figli e nonna di dieci nipoti. Questo è ciò che Allah mi ha riservato e perciò sono qui con voi come madre.” Mi ha preso fra le sue braccia e mi ha dolcemente baciato. Il suo cuore è grande e la sua compassione è vasta — questo è il motivo per cui è benedetta da uno straordinario potere di guarigione. La sua voce risuona della verità del servizio altruistico e dell’amore illimitato. Per i Musulmani è una santa e il suo cuore pervade tutti coloro che sono abbastanza fortunati da trovarsi in sua presenza.
La giornata è stata piena di molte storie di tristezza e di speranza. Ci sentivamo tristi perché i nostri amati erano feriti ma abbiamo speranza perché ci sono lezioni che dobbiamo apprendere — cioè che la pace prevarrà sempre nei cuori di coloro che resistono.
Domenica 5 dicembre
Mentre mi avviavo a fare colazione, alcune persone mi hanno fermato esprimendo i loro pensieri riguardo all’argomento della mattinata. Alcuni dissero anche: “Abbiamo letto del Feng-shui per molti anni e non vediamo l’ora di saperne di più.”
Ho condiviso con loro che ho cominciato a studiare la medicina cinese in giovanissima età. Mio nonno mi ha trasmesso molti segreti sentieri della guarigione: “Qi-gong, nutrizione, astrologia e sviluppo spirituale. Il Feng-shui era uno dei suoi preferiti. Mi ricordava spesso che ci sarebbero stati momenti nella mia professione in cui avrei avuto bisogno del Feng-shui. Sottolineava il fatto che quando tutte le modalità di guarigione avrebbero fallito nel riportare la salute e il benessere dei miei pazienti, il Feng-shui sarebbe stato molto utile.
I cinesi credono che la fortuna e la felicità nella vita di ciascuno derivano da fonti diverse:
1/3 viene dalla fortuna del cielo — alcuni lo chiamano karma. Questa è la più difficile da cambiare, se hai accumulato molti meriti in vite passate puoi nascere in una famiglia molto benestante o viceversa.
1/3 deriva dall’esperienza umana e dal vivere giorno per giorno. In altre parole, se lavori abbastanza puoi ottenere una certa ricchezza e viceversa.
1/3 viene dal Feng-shui — l’influenza dell’ambiente. E questa è di gran lunga la più facile e semplice da cambiare. Se cambi lo scorrere dell’energia nel tuo spazio personale otterrai risultati positivi in ogni cosa che intraprendi.
Per rendere l’idea ho usato l’esempio di una barca: per una barca navigare del punto A al punto B dipenderà dalle condizioni del vento e dell’acqua. Troppo vento spinge la barca fuori controllo e troppe onde la fanno affondare prima che raggiunga la destinazione. La barca rappresenta la casa, i venti rappresentano le condizioni emotive e l’acqua rappresenta la benedizione. Quando lo stato emotivo è in armonia con gli altri e le benedizioni sono abbondanti, si godrà di pace ed armonia nella propria vita. Il Feng-shui tratta della comprensione e trasformazione dell’energia invisibile che circola attraverso i nostri sensi e l’ambiente in cui viviamo. Il Feng-shui combina l’I-Ching con i Principi dei Cinque Elementi. Non è affatto un lavoro di ipotesi fantasiose né è collegato ad una qualche religione o credenza, si tratta invece di una scienza esatta. Quando è praticato in modo appropriato il Feng-shui può portare equilibrio, armonia e prosperità nella nostra vita.
Per poter ripristinare la pace nel mondo, dobbiamo prima sperimentare la pace in noi stessi. Il Feng-shui offre il modo più scientifico per portare la pace e l’armonia a chiunque cerchi la sua saggezza e le intuizioni.
Donne di Pace si è concluso con i canti di pace di Habiba, Madre Tessa e miei. L’eco delle nostre voci è risuonato nello spazio toccando i cuori di coloro che hanno sacrificato le loro vite affinché tutti possiamo vivere in pace in questo mondo.
Sebbene siamo tutti individui, la pace non discrimina chi siamo e da dove proveniamo. La pace è come i fiori nel giardino, i loro colori possono essere differenti ma tutti irradiano la stessa energia gioiosa. La pace è come l’acqua, può venire da fonti diverse ma la sua natura umida rimane la stessa.
Per me Donne di Pace è un invito ad andare oltre tutte le differenze e barriere per poter trovare un modo di superare il nostro dolore e la sofferenza per poter diventare dei modelli per le generazioni che seguono.
Il tempo è arrivato, dobbiamo ritornare nei nostri paesi ed affrontare i nostri problemi personali, ma lo spirito di queste vite straordinarie cambierà le nostre in modo positivo.
Grazie Costanzo ed Anna, per aver creato “Donne di Pace”, dove le donne di tutte le culture possono incontrarsi ed approfondire il nostro impegno per la pace e la felicità del mondo. Amen
Mother Tessa Bielecki
Il tempo trascoroso a Donne di Pace è stato veramente importante per me e questo mio breve resoconto e soltanto un assaggio dell’impatto che ha avuto su di me. Grazie per avermi invitata. Sono stata felicissima di incontrare Costanzo e la dolce Anna e le altre donne. Spero di vedervi ancora a Torino o nel Colorado!
Il mattino che ho lasciato il mio eremitaggio montano nel Colorado per cominciare il mio viaggio verso Torino, ho dovuto fermare la jeep per far passare un branco di alci che attraversavano la strada. Mentre ascoltavo il suono dei loro zoccoli mentre galoppavano attraverso la sabbia del deserto, ho visto un’aquila dorata su di un albero lì vicino. Che presagio! Viaggiavo da dove volano le aquile a Dove Volano le Aquile! Le donne che ho incontrato a Torino erano aquile. Ognuna impegnata a trasformare il dolore e la devastazione della sua vita in un lavoro compassionevole per la pace. Sono stata consolata e rafforzata dall’“energia d’aquila” che ho incontrato. Allo stesso tempo, nel mezzo di tanto dolore, ho trovato che le pene della mia stessa vita risalivano a galla. Una sera sono scoppiata in lacrime, eppure mi sentivo completamente al sicuro in un ambiente dove donne coraggiose e amorevoli provenienti da tutto il globo stendevano le loro mani per altre donne. Dopo aver ascoltato così tante storie di sofferenza, volevo che il mio intervento si focalizzasse sulla speranza. Perché abbiamo motivo di sperare? Perché la vita è BENE, nonostante la sofferenza. Perché le persone non infliggono solo dolore le une alle altre, ma manifestano anche compassione; perché possiamo pregare, ridere e uscire dal nostro dolore, non importa quanto tempo ci occorra. E infine, perché Dio ci ama e non ci abbandona mai. Quando sono ritornata a casa, in Colorado, ho ricordato le magnifiche parole della poetessa americana Emily Dickinson: “La speranza è quella cosa con le piume appollaiata sull’anima a cantare il canto senza parole che non si ferma mai”.
Mi sono resa conto che a Torino ho cantato da un luogo più profondo della mia anima, con una passione più grande di prima, dalla profonda speranza — la speranza che, come la descrive Vaclav Havel: “è un orientarsi dello spirito e un orientarsi del cuore. La speranza non è una convinzione che qualcosa si realizzerà positivamente, ma la certezza che qualcosa abbia senso, a prescindere dai suoi risultati”.
Habiba
Vengo a “Donne di Pace” dal primo anno, dal 2001, e proprio qui ho potuto fare degli incontri meravigliosi con tante sorelle di religioni diversi e di paesi molto lontani. Anna e Costanzo dicono che io sono un po’ il simbolo di questo incontro perchè credo fermamente che Dio è uno solo e che le religioni siano state create dagli uomini. Quindi, il Dio, che guida tutti noi, è quel Dio d’amore che vuole la pace: la pace tra gli uomini, tra gli stati e tra le religioni.
Io sono una Tabib,che in lingua uzbeca significa guaritrice. Sono nata e cresciuta in Uzbekistan e nonostante il mio paese, per 70 anni, per imposizione della politica sovietica, fosse considerato ateo e la pratica religiosa vi fosse proibita, quando compii 7 anni, mi recai di nascosto, presso le Sorgenti Sacre di Shaykh Mardan: sono delle sorgenti miracolose dove il nostro popolo si reca per avere guarigione e conoscenza. Queste sorgenti si trovano nella Valle degli Shaykh, luogo considerato sacro dai musulmani perché vi riposa il genero di Maometto, il califfo Alì. Lì, un saggio locale mi predisse il mio destino di guaritrice. Mentre mi abbeveravo alle Sacre Sorgenti venne verso di me un uomo anziano e mi disse: “ …cara figliola a 37 anni diventerai una Tabib”. Io non capivo a cosa alludesse, e la mia famiglia non mi diede ulteriori spiegazioni.
Per arrivare alla comprensione della mia missione ho dovuto superare molti periodi difficili di disgrazie e malattia, oltre a terribili lutti familiari, tanto che a metà della mia vita, non capivo più dove andare e dove trovare appoggio…finché una notte, mi apparve in sogno un serpente che, lentamente, divenne metà donna e mi portò via, in un bellissimo giardino con alberi di pesco. Mi benedisse e mi aprì la via della guarigione.
Da quel giorno, iniziò il mio destino di guaritrice e si approfondì il mio percorso spirituale….io sono legata al sufismo. Il sufismo è sempre stato vissuto come il lato mistico dell’Islam e grazie anche alla tolleranza che ha dimostrato rispetto alle altre religioni, è riuscito a radicarsi in tante realtà diverse. Non c’è mai stato un singolo movimento sufista, ma esistevano le tariqa, delle catene o fratellanze. Io, in particolare, sono legata alla tariqa dei Naqshbandi, che nella pratica e nella vita quotidiana applica la forma più morbida dell’Islam.
Quest’anno ho potuto condividere momenti molto importanti insieme a Elena Ganieva, Larissa Azieva e Olga Takaeva da Beslan. Il racconto della tragedia immane che hanno vissuto, che ha lasciato un’intera città nel lutto, mi ha trovata d’accordo con loro nel sostenere che il terrorismo non ha nazionalità: non si possono accusare i ceceni, piuttosto che gli ingusci o gli arabi. Il terrorismo non deve essere un motivo per strumentalizzare le lotte politiche. E sono orgogliosa di loro, che nel loro compito di educatrici, cercheranno di insegnare la pace ed il rispetto, e non la vendetta. Ho rivisto con piacere Cherifa Kheddar, la mia figliola d’Algeria, che ancora una volta ci ha commossi con la sua forza ed il suo impegno nel prendersi cura delle tante vittime lasciate dal terrorismo islamico nel suo paese, con l’associazione da lei fondata Dzajzirouna . Io e Madre Tessa abbiamo benedetto i suoi datteri, frutti sacri del Ramadam e li abbiamo distribuiti a tutti i partecipanti, in segno di tolleranza. Madre Tessa ci ha raccontato di una spiritualità profonda, ma libera dai dogmi e dalle imposizioni, quella stessa che io cerco di comunicare a tutti coloro che entrano in contatto con me, e la sua voce dolce era quella di un angelo. E’ bello che il canto sia importante in tutte le religioni, infatti, ogni volta che devo fare una purificazione io recito le Sure cantando, perché la vibrazione del canto arriva diretta nell’organismo, nel cuore e apre le porte della guarigione. Ani Kalsang Tsomo ha dato dei grandi insegnamenti e ho visto delle grandi luci di energia che si aprivano come dei raggi, quando ha fatto la meditazione con le persone: è stata molto generosa con tutti noi ed io ho sentito una grande leggerezza, dopo la sua pratica. Come ogni anno, quando vengo a “Donne di Pace” sono certa di poter fare degli incontri straordinari perché è sempre la Madonna ad invitarmi. La vedo in sogno, prima di partire, che mi benedice.
E’ proprio per questo che in tutte le mie preghiere sono presenti molti Santi Spiriti che appartengono a tradizioni diverse, ma loro mi si manifestano per poter unire nella bontà, nella pace e nell’amore, tutte le genti del nostro pianeta.